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dal diario di viaggio negli States Home torna a USA
1- Quella notte a New York Quella notte a New York non dormiva nessuno, le strade erano popolate di gente. Andammo in un disco bar a bere qualcosa; era un bel posto, frequentato anche bene. Conoscemmo dei ragazzi con cui ci intrattenemmo a scherzare. Tra questi c’era una ragazza, alta, bella, mora e scatenata. Aveva una minigonna mozzafiato, degli stivali a mezza coscia di cavallina con tacchi a spillo e una camicia che – abilmente – era stata cucita per sembrare stracciata e che lasciava ben poco all’immaginazione. Tra un ballo, un bicchiere e quattro scherzi, decidemmo di cambiare locale. Era l’ora giusta!. Tutti insieme ci avviammo all’uscita: la “scatenata” uscì per prima per chiamare la macchina. Restammo qualche istante in attesa e, guarda guarda, ecco che arriva una limousine bianca lunga come un tir, con i vetri neri e al lato degli sportelli una serie di lampadine luccicanti. Scende l’autista e ci fa salire a bordo (è proprio il caso di dirlo!). L’interno era come un salotto, con i divani posizionati l’uno di fronte all’altro e raccordati anche ad un lato; il divisorio in vetro ci separava dall’autista, al lato la tv, un mega impianto stereo, il frigo-bar e la classica bottiglia. Partimmo. La musica faceva tremare ogni cosa, aprimmo il tettuccio e con esso la bottiglia. La scatenata era sempre più scatenata. Tra una cosa e l’altra venimmo a sapere che lei era un’affermata organizzatrice di eventi e titolare di un’agenzia al centro di Manhattan. Ballava nella macchina, mezzo busto fuori dal tettuccio; intanto la bottiglia era finita. Fu in quel frangente che scoprimmo che lei, bella, simpatica e scatenata, in realtà era lui. Non ci interessò più di tanto (restava la delusione!), la nostra intenzione era solo quella di passare una bella nottata: eravamo a New York! Ci fermammo in una zona che non saprei mai riconoscere. Furono pochi minuti: mi ricordo i murales, tante moto parcheggiate, gente dinanzi ad un ingresso che conduceva ad un corridoio ricoperto da una tenda. Dinanzi due body guard, alti e massicci, che controllavano l’ingresso. Ci guardammo intorno: c’era qualcosa che non andava. Il metal detector da superare all’entrata; tipi alti, muscolosi, la barba, i capelli lunghi, i corpi tatuati sotto i giubbini di pelle borchiata, che si slinguavano abbracciati liberamente, lì davanti a noi. Per carità, niente di male! Ma erano tutti così, sembravano fatti con lo stampino. Non era quello il nostro genere, eravamo proprio fuori luogo. Al chè si avvicinò uno dei body guard dell’ingresso e, con fare spiccio, ci disse: ma voi siete proprio sicuri di voler entrare qui dentro? Andatevene che è meglio! Non ce lo facemmo ripetere due volte e con fare deciso bloccammo un taxi che sopraggiungeva. Era l’ora di tornare in albergo, per quel giorno ne avevamo vissute abbastanza. by Caribe
2-
Scusi, intende svolgere attività criminali? In volo. Ci avviciniamo ad Atlanta. Dopo otto ore
comincio a non sentire più le gambe. Mi sgranchisco un pò. Sto attento a non
parlare con troppa gente nelle vicinanze del bagno, visto che da qualche mese è
vietato
congregarsi sui voli di linea
(si, hanno detto proprio così:
vietato congregarsi in bagno e in
corridoio). E allora mi risiedo. E inizio
quella spensierata pratica della compilazione del modulo di ingresso negli US.
Sarà la centesima volta che lo compilo. E non riesco a non provare un sottile
piacere. Si, ancora una volta.
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